No alla violenza, no alle discriminazioni.
Si è svolta nella giornata di sabato, 22 ottobre, la presentazione dei volumi di Federico Ferraro, Garante Comunale dei diritti dei detenuti. L’ Associazione Libere Donne era presente con la delega della Presidente alla Criminologa Patrizia Oliverio.
L’ Associazione Libere Donne non si occupa solo di violenza di genere ma da anni lavora sul territorio offrendo aiuto e assistenza ai soggetti più fragili. Il tema dell’incontro è stato il “NO alla violenza e alle discriminazioni” perché il mondo dei detenuti è intriso di volenza e pieno di discriminazioni. Non c’è, all’interno della Convenzione europea dei diritti umani del 1950, un riferimento esplicito alla condizione di «persona privata della libertà». Eppure, nel tempo, dalle prigioni di tutta Europa, la Corte Edu è stata raggiunta da decine e decine di migliaia di ricorsi. Una persona che ha commesso un reato è sicuramente una persona cresciuta in un ambiente che l’ha influenzata negativamente causando devianze, oppure è una persona che non ha ricevuto una corretta educazione nel rispetto del prossimo. Una persona che ha già queste problematiche quando poi finisce in carcere, viene abbandonata a se stessa e questo fa sì che tenda a coltivare sentimenti negativi per vari motivi: per lo stato di inattività e inutilità che si subisce, per la mancanza di spazi che non consentono di sviluppare interessi o imparare un lavoro, per la distanza e l’impossibilità di curare i propri affetti familiari. In questo Libere Donne ha cercato sempre di portare avanti un percorso di reinserimento che deve necessariamente passare attraverso l’istruzione e il lavoro accompagnando i minori affidati in prova all’ associazione, aiutandoli nel loro percorso scolastico e ridando loro, soprattutto, dignità e fiducia nel futuro.
Dovrebbero essere fatti anche incontri frequenti individualizzati con persone provviste di professionalità specifiche che possano diventare per il detenuto un punto di riferimento e che possano attestare l’andamento del percorso, valutando eventuali interventi particolari nel caso di bisogno. L’associazione Libere Donne è riuscita nel tempo a costruire nuovi uomini e a ridare speranza e dignità a diverse famiglie, vittime della stigmatizzazione della società che vuole il detenuto marchiato a vita. Sempre vicina alle donne, l’Associazione denuncia anche questo altro aspetto presente negli istituti penitenziari.
Quando si è in minoranza, è ovvio, non si è mai in una posizione di forza. Quando la minoranza è composta di donne, poi, le cose possono andare anche peggio. Libere Donne porta l’attenzione sul fatto che nelle carceri italiane la popolazione femminile si trasforma nell'ennesimo motivo di discriminazione.
Nonostante le recluse rappresentino solo il 4% della totalità delle persone ristrette in Italia, le discriminazioni di genere esistono e si verificano in diverse modalità. Gli abusi, le violenze e il sessismo infatti esistono anche dietro le sbarre e le donne devono conviverci quasi tutti i giorni. Si tratta di discriminazioni che riguardano la disparità durante la custodia cautelare, o il fatto che gli istituti che riguardano esclusivamente la detenzione femminile in Italia siano solo cinque. E anche se esistono le strutture alternative, come gli istituti di custodia per le madri, queste sono comunque troppo esigue: tre in tutto il Paese.
Senza contare il fatto che in Italia esiste il pregiudizio culturale secondo cui quando si pensa ad una donna reclusa in carcere si associa subito questa donna ad una prostituta, oppure alla "cattiva madre" o "cattiva moglie" che ha bisogno di essere rieducata in carcere per poi tornare al suo ruolo “originario”. Nel carcere si incontrano tante storie, visi che portano dentro un vissuto e che rimandano, non solo alla storia personale, ma anche a un tessuto familiare fortemente compromesso. Dietro ogni detenuto c’è un’esistenza complessa, una famiglia, legami coniugali e genitoriali. Compito del percorso riabilitativo non è solo quello di far scontare una pena e reinserire nella società ma di prendersi carico di tutto il tessuto relazionale che il detenuto porta dentro di sé. La sofferenza di chi vive fuori dal carcere è molto profonda e occorre creare una rete che mantenga unite, anche se spesso solo virtualmente, famiglie spezzate. Spesso tocca ai volontari tenere i rapporti con i familiari che rappresentano una reale periferia esistenziale. La rete di aiuti allora diventa il tassello necessario per la sopravvivenza di queste famiglie, l’ascolto del loro dolore, la via per non sentirsi abbandonati, dimenticati dagli affetti e da un sistema carcerario che, nelle sue regole, non agevola la continuità affettiva. Occorre quindi chiedersi come porsi in ascolto di queste famiglie senza aprirsi al giudizio e al pregiudizio. Occorre accompagnare il loro cammino, confortare, tenere i contatti, confortare anche con poche parole per trasmettere consolazione, vicinanza e coraggio, essere traghettatori di quel periodo di detenzione verso la costruzione di un futuro diverso anche se spesso non vicino. Un compito non facile ma che, ci auguriamo, non spetti solo ai volontari ma sia assunto come impegno esistenziale e istituzionale da ognuno di noi.

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